Lettere alla redazione

Pubblichiamo l’accorata lettera della collega E. Rossi al futuro ministro della pubblica istruzione.

Lettera di una precaria

Lettera di una precaria

Lettera di una precaria

Egregio signor/a ministro,
non conosco ad ora il suo nome, ma vorrei che lei avesse ben presente il mio nome e la mia situazione.
Mi chiamo E. Rossi e mi sono laureata in lettere classiche con lode a Pisa nel 2003 ed oggi sono un’insegnante precaria.
Ho avuto la “malaugurata” idea di sposarmi e di avere tre figli.
Il mio ruolo di madre ha di fatto rallentato la mia carriera e se qualcuno mi chiede: “Perché non si è abilitata durante quel tale periodo?” rispondo con molta tranquillità: “Avevo un figlio attaccato al seno e nessuno che potesse sostituirmi!”.
A questo punto si domanderà perché la sto tediando con la mia vita: ebbene perché lei è il mio futuro datore di lavoro e io vorrei essere ascoltata.
Il suo ruolo, in quanto politico, è quello di ascoltare e di capire come risolvere le problematiche, il mio, da elettrice è quello di sollevarle.
Il mio precariato dura ormai da sette anni: ho diplomato, bocciato, giustificato assenze, richiesto accertamenti sanitari per alcuni studenti! Insomma, faccio di sicuro parte di quelli che mandano avanti la scuola italiana.
Vado al sodo: io vorrei che la mia condizione, come quella di tanti miei colleghi, venisse da lei presa in considerazione.
Il suo predecessore aveva promesso un percorso abilitante, definito PAS e io, come molti colleghi, ero davvero felice di poter proseguire la mia formazione e ambire poi ad una futura stabilizzazione.

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Siamo in molti e lei lo sa bene, le cattedre che occuperemo non saranno la maggioranza, è vero, ma sono una fetta davvero importante. C’è un fatto curioso: nonostante questo bisogno impellente di supplenti tutti si sono scagliati contro di noi!
Alcuni suoi colleghi hanno parlato di mancette o marchette (non ho ben capito!) elettorali, altri hanno parlato di sanatoria riferendosi a questo PAS, altri ancora ci hanno definito “inesistenti” in quanto non “docenti” ma solo “dottori”.
A differenza dei suoi, alcuni dei miei colleghi, ci hanno definito impreparati o timorosi delle selezioni per la nostra scarsa preparazione. Altri sostengono che un concorsone aperto a tutti, neolaureati inclusi, potrebbe essere l’unica e sola soluzione per rinnovare la scuola da questa “feccia” (feccia sarei io! Me lo ricorderò colleghi cari quando per il collegamento alla Smart TV mi farete perdere tempo e utilizzerete tutto il mio materiale didattico e non solo!)
Vorrei ringraziare tutti quanti perché con questi complimenti ho imparato ad essere modesta, sia mai che ci si possa montare la testa!
Le racconto anche altre disavventure, così magari avrà chiaro il tutto.
Ho tentato di entrare al TFA sostegno di Pisa, ma non sono entrata per un punto… Ho preso 27 e il minimo era 28, ma sa cosa ho sbagliato? Ho riportato una domanda “A” piuttosto che “B”… che errore imperdonabile!
Questo significa che la mia preparazione non era poi così scarsa, considerando che in altri atenei hanno avuto l’accesso anche con il 18! Questo episodio dimostra che non è giusto giocare con la vita e la carriera delle persone per una crocetta o due!
Ne consegue che un ‘CONCORSONE’ non è e non sarà mai la soluzione più giusta per il precariato scolastico, mentre un percorso di studi ed esami sì!
Le spiego meglio: un PAS non è una sanatoria, è un percorso universitario abilitante che non consente di accedere immediatamente al ruolo. É formativo e completo, nonché selettivo per il numero di esami da sostenere.
Il percorso richiede una spesa considerevole, è vero, ma considerando che ogni corso per aumentare punteggio in graduatoria si aggira sui cinquecento euro, non è che sia poi così improponibile.
Io, come i miei colleghi, chiediamo che questo percorso trovi la luce e che sia destinato a tutti, i docenti, compresi i neolaureati.
(ricordiamo a tale proposito la nostra petizione on line)
Chiediamo che diventi prassi, soprattutto per le classi di concorso vuote come la mia nella mia provincia.
Chiediamo che alla fine del PAS ci sia una valutazione, che conteggi e tenga in considerazione gli anni di servizio, le votazioni ottenute nel percorso abilitante e di laurea e richiediamo una valutazione delle nostre attitudini pedagogiche. È da sottolineare infatti che la preparazione non è “La conditio sine qua non” si può insegnare. Lei sa che lavorando con ragazzi è necessario avere tatto, equilibrio psicologico e senso pedagogico, tutte cose che abbiamo già acquisito durante gli anni di servizio.
Le racconterei alcune vicende dei docenti di ruolo quando ero docente di sostegno… ma questa è un’altra storia, non voglio tediarla ulteriormente.

Cordialità
E. Rossi, dottoressa in lettere classiche, nonché precaria.

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